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A partire dalla prossima bolletta, grazie a una delibera dell'Authority, il consumatore che compera energia verde dovrà ricevere l'indicazione del mix di fonti utilizzato per la sua fornitura, oltre all'informazione sul mix tecnologico complessivo dell'energia venduta, già obbligatoria per tutti i clienti. Il nuovo provvedimento fa parte di un insieme di regole a favore della trasparenza, promulgate dall'Autority.
Per giudicare quant'è verde un produttore, l'unico parametro serio è analizzare con quali fonti alimenta le sue centrali, che siano gas, petrolio, carbone, acqua, vento o sole. Non sempre, però, il merito di produrre energia pulita risulta evidente. Ma il dato inserito in bolletta è facilmente manipolabile, perché non rispecchia la produzione effettiva delle singole aziende, che possono gonfiarlo comprando quote di energia verde sul mercato. «La certificazione dell'energia immessa in rete come rinnovabile è un dato teorico, perché gli elettroni sono tutti uguali», spiega Gerardo Montanino, direttore operativo del Gestore servizi energetici. Non rispecchia la produzione effettiva delle singole aziende, ma solo il modo in cui si approvvigionano. Secondo il Gse «la composizione del mix medio nazionale utilizzato per la produzione dell'energia elettrica immessa nel sistema nel 2010» comprende un 35,2% di fonti rinnovabili. Da cosa dipende la discrepanza fra le due quote (35,2% e 22,8%)? Soprattutto dalle importazioni dall'estero. Importazioni che, pur provenendo da Paesi dove la fonte dominante è il nucleare (75% in Francia, 40% in Svizzera), sono misteriosamente certificate dai rispettivi operatori all'80% da fonti rinnovabili. Il che aggiunge di colpo alla produzione nazionale di energia verde con quasi il 50% in più. «La qualifica di quell'energia come rinnovabile è discutibile e rappresenta una grave distorsione del mercato». In più, le aziende elettriche possono arricchire le loro credenziali verdi acquistando quote di produzione dagli operatori dell'eolico o del fotovoltaico. «Nella graduatoria delle società più virtuose, non prendiamo in considerazione gli scambi di tipo commerciale certificati dal Gse. Resta da chiedersi che senso ha imporre l'obbligo di pubblicare in bolletta il mix energetico del fornitore, se poi le informazioni rischiano di essere fuorvianti per il consumatore medio».
L'intento dell'Authority non è certamente quello di confondere le idee ai clienti, ma semmai di chiarirle.
Fonte: Corriere.it
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